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Cristina Zanetti
ci regala il romanzo coinvolgente di una vita e di un progetto collettivo: il
Festival di cinema lesbico Immaginaria
di Patrizia Colosio
Conosco “politicamente” Cristina Zanetti da molti anni e ho seguito da
vicino la nascita di Immaginaria e la sua crescita fino a diventare l’evento
clou della comunità lesbica italiana.
Per questo ho avuto modo di apprezzare l’intelligenza e la lucidità di
Cristina e la sua capacità di tradurle in parole e scritti efficaci e
pregnanti.
Quando però mi sono trovata davanti la copertina del suo romanzo con
l’autoritratto giovanile, così fedele all’originale, con i grandi occhi
spalancati che ti chiamano in causa, ho subito percepito che mi sarei dovuta
misurare con una dimensione altra della relazione con lei.
E ho provato disagio. Forse per quella reticenza che spesso ci trattiene sulla
soglia dell’intimità dell’altra, specchio inquietante di fragilità
condivise.
Ma quando ho finalmente intrapreso la lettura non sono più riuscita a staccarmi
dal libro: e questo già la dice lunga sulla sua qualità.
Una narrazione serrata, lucidamente ironica che prende le mosse da un evento
fondamentale della vita di una donna: la morte della propria madre. Un evento su
cui si misura l’intera esistenza in una ridda di emozioni, ricordi e bilanci
che spesso ci lasciano annientate. Se poi, come per la protagonista del romanzo,
la madre si muove nel chiaroscuro che afferisce alla follia l’eredità può
essere davvero pesante.
E invece il libro è una splendida testimonianza della possibilità di prendere
in mano il proprio destino superando, seppur faticosamente, quelle “coazioni a
ripetere” che tramano per ridurci alla stregua di un mollusco.
In quel gioco complicato che è la vita sentimentale della lesbiche - dove il
materno riemerge spesso nelle forme più impreviste - colei che dà la vita e
nello stesso tempo la toglie è un nodo da cui non è possibile prescindere.
Sarà proprio la rielaborazione di questo duplice lutto a permettere alla
protagonista di iniziare a guardare al mondo con occhi diversi, riscoprendo il
calore di amicizie accantonate e aprendo le porte ad altre forme, prima
impensate, di relazione.
Sullo sfondo il mondo frenetico e travolgente della militanza traccia la storia
di più di dieci anni di festival del cinema e della comunità lesbica. Un
intreccio di vite, incontri e scontri, eventi internazionali e piccoli episodi
di vita quotidiana spesso alle prese con quel piccolo zoo di cani e gatti di cui
si circondano le lesbiche e che l'autrice descrive con toni a tratti esilaranti.
Il libro si apre con una citazione dal libro di Marion Zimmer Bladey La
signora delle tempeste sulla forza dei nostri pensieri, le uniche cose di
questo universo su cui possiamo esercitare un controllo assoluto, ordinando loro
di andare e venire.
Vorrei, per chiudere il cerchio, concludere la recensione con la citazione da un
altro splendido libro scritto da una donna, La difesa di Shora di Joan
Slonczewski.
Protagoniste sono le spartienti, donne dai lunghi piedi palmati e dalla
carnagione color ametista che vivono in un pianeta di sola acqua, per questo
chiamato dagli altri Luna Oceano e da loro stesse Shora. Qui arriva Nisi, una
donna straniera distrutta nella sua capacità di procreare, ma verrà curata e
guarirà "con l'amore delle sorelle, che avevano dato alla sua anima un
secondo respiro".
Ecco cosa ci regala questo libro: un secondo respiro.

Recensione
di "Stop Movie"
di Rosanna Fiocchetto
Romanzo autobiografico
lesbico,
"Stop Movie" di Cristina Zanetti è una tessera contemporanea di una
narrazione di sé culturale e sociale che, a lungo sommersa, è storicamente
affiorata in modo discontinuo e in diversi paesi; con una tradizione
a-sistematica, strettamente dipendente dai livelli di lesbofobia e dal coraggio
individuale indispensabile a sfidarli. Un coraggio talvolta motivato dalla
disperazione; o dal desiderio di rivoluzione, di riscatto e di cambiamento;
oppure dall'esigenza minimale di fondere arte e autenticità, o piuttosto di non
far colludere arte e menzogna. Nel caso di "Stop Movie" la motivazione
appare soprattutto terapeutica e salvifica: la scrittura viene usata come
strumento per elaborare e metabolizzare esperienze soggettivamente indigeribili,
allo scopo di oggettivarle con la speranza, etica ed estetica insieme, di farne
materiale da costruzione per un futuro aperto.
La materia di "Stop
Movie" non è aulica, ed è decisamente anti-eroica: ha a che fare con i
problemi di sopravvivenza, gli svantaggi sociali, le inadeguatezze, le ferite e
l' "ambiguo materno" di una lesbica incastrata nell'Italia tra
post-fascismo e neofascismo, in un paese in cui la mutazione virtuale ha vita
breve e il passaggio dal secondo al terzo millennio ha il sapore frustrante
dell'avanguardia dei gamberi: un passo avanti, e due indietro. La protagonista
è una eroina mancata, lo sfondo una democrazia mancante, fondata
sull'emarginazione. In questo quadro, l'umorismo è forzatamente amaro, assume i
toni di un sarcasmo difensivo.
Le donne che sovrastano tutti gli altri
personaggi del libro sono tre: oltre all'io narrante che non ha nome, la sua
oppressiva madre Clotilde e l'amante "storica" Marina, anima del
gruppo lesbico "Visibilia" e del festival cinematografico
"Immaginaria". Fra le ultime due, "trincerate su fronti
opposti", c'è una guerra "all'ultimo sangue". Eppure, pur
essendo esistenzialmente agli antipodi, il ruolo simbolico che viene loro
assegnato dalla protagonista presenta contraddittorie affinità; un ruolo che
infine Marina rifiuta, restituendo alla Senzanome la responsabilità di uno
stare al mondo da lei interpretato come sciagurato e ineluttabile destino, e
focalizzandolo invece come assenza di desiderio positivo e di scelta eversiva.
Il terremoto della rottura provoca uno tsunami emotivo che sommerge anche le
donne circostanti, il gruppo, con esiti di demolizione e ricomposizione,
centrifugando, rimescolando e riconfigurando legami, amicizie, posizioni. Ma,
soprattutto, costringendo la protagonista a rifare i conti con se stessa e con
una propria, autonoma progettualità, ripercorrendo i propri errori.
Ubriache di
psicologia e psicoanalisi, sottovalutiamo spesso la trasmissione del dna
mitocondriale: ovvero, il fatto che la madre ci trasmette una genealogia
femminile di paura ed erotismo; in altri termini, quanto assomigliamo alle
nostre madri e quanto vale la pena di prenderne coscienza (invece di rifuggire
sovente con orrore da questa realtà) per auto-partorirci come persone
originali, oltre che originarie, e per costruire un modo d'amare e di affrontare
la realtà diverso, spezzando e non riproducendo quella "catena" cui
alludeva Sibilla Aleramo.
Questa a volte detestabile, e comunque inquietante
somiglianza, di solito aumenta, o piuttosto matura, con gli anni: perché non
abbiamo avuto l'esperienza di conoscere nostra madre bambina o adolescente, ed
è soltanto con la donna "fatta" che abbiamo avuto un intimo incontro,
non con il suo "farsi". Si può rimandare, quindi, l'incontro con le
vere noi stesse: ma non all'infinito, solo fino allo "stop movie",
sino alla fine del film che avevamo cominciato a girare nella nostra beata
ignoranza. La protagonista del libro non sembra essere conscia
dell'ineluttabilità di questo appuntamento intimo. Anzi la sconfessa sin dalla
copertina, dove l'auto-rappresentazione dell'autrice, profilata sullo sfondo di
Stromboli, luogo di un Eden perduto, enuncia dolorosamente la sconfitta con il
sottotitolo: "L'ingrato compito di vivere al passato". Perché il
passaggio da quello che è stato per molti anni "Marina-e-Cristina" a
questo racconto "per voce sola" comprova l'asserto ovidiano che
"tempora mutantur, nos et mutamur in illis": e non sempre in meglio,
come vorremmo.
Tuttavia la parola di Cristina, parola assunta nella forma di un
romanzo "liberamente ispirato a una storia vera", è in sé un
incoraggiamento e una provocazione: apre la comunicazione su una esperienza
irripetibile nella sua dimensione individuale, ma che si espande in una
esperienza collettiva dalle innumerevoli facce. Salta in un campo che è nello
stesso tempo intensamente personale e universale: la letteratura - anche se in
questo caso chi vi si cimenta per la prima volta si auto-esenta con umiltà
dalla "eterna dinastia delle scrittrici che ammiro immensamente e che
tenterò invano di emulare".
Cristina
Zanetti, Stop Movie. L'ingrato compito di vivere al passato, Cicero Editore,
2009.
Recensione di Valeria Santini
Scrittura curata,
equilibrata alternanza di stili narrativi - da quello più introspettivo alle
pagine dense di dialoghi e avvenimenti, a sapienti descrizioni contestualizzanti
- capacità di tratteggiare i personaggi con poche efficaci pennellate,
destrezza di movimento fra le scansioni temporali: queste alcune delle
caratteristiche salienti del libro di Cristina Zanetti Stop Movie. L'ingrato
compito di vivere al passato.
Il sottotitolo
riassume molto efficacemente l'impostazione del libro, ove l'autrice ripercorre,
appunto concatenando gli eventi in una dimensione che slitta continuamente dal
presente al passato, un periodo saliente della propria vita, marcatamente
connotato da tre grandi amori: la militanza nella politica lesbica, la donna con
cui divide la vita, la propria madre. Amori che si intrecciano, perché legati
intimamente - come nel caso della politica lesbica e di Marina, la donna amata
con cui la protagonista condivide una militanza a tempo pieno - o perché
connotati da rimandi opposti eppure in parte analoghi, come la contrapposizione
fra la madre castrante -responsabile della distruzione della personalità della
protagonista - e la donna amata, che cura le ferite ma anche, col suo carattere
forte e determinato, conduce inevitabilmente ad una nuova dipendenza.
Colpisce
particolarmente, inoltre, la capacità di raccontare e analizzare il rapporto
con la madre in modo lucido, senza le omissioni, i falsi buonismi e i filtri che
il buonsenso comune pare richiedere, spesso anche contro le evidenze più
palesi. Un atto di coraggio, questo, che aggiunge un bonus a questo bel libro,
la cui lettura si rivela in ogni momento scorrevole e al tempo appassionante.

Rivista Forum
Democratico, Rio De Janeiro (Brasile) - Pubblicazione dell'Associazione per l'interscambio culturale Italia-Brasile
Estratto
da Stop Movie e intervista all'autrice (da
pagina 16)

Recensione
di "Stop Movie" per la presentazione del 22 Gennaio alla Libreria Igor
di Bologna
di Roberta Curti
Conosco
Cristina Zanetti da tanti anni, da lontano l'ho seguita nella sua grande
esperienza di organizzatrice del festival di cinema lesbico Immaginaria e poi
negli ultimi anni ho condiviso con lei un'esperienza umana molto forte legata
alla malattia e al dolore, un tipo di esperienza che, come sa bene chi l'ha
vissuta, crea legami intensi e profondi. Così, vicina a lei, ho assistito alla
nascita di questo libro di cui sono stata felice come tutte le amiche che le
vogliono bene e che vogliono per lei soddisfazioni e riconoscimenti. Quindi oggi
sono qui come sua amica e sostenitrice.
Mi piace essere
qui anche in qualità di lettrice, appassionata e attenta, di libri e in
particolare di libri di donne. Non come esperta di letteratura femminile, ma
come donna che legge con amore libri di donne, li commenta, ci si confronta,
cresce insieme alle scrittrici che conosce attraverso i loro libri, partendo
innanzi tutto da sé e portando tutta se stessa.
Questa
esperienza si è costruita per più di un decennio all'interno della libreria
delle donne di Bologna durante tante e tante presentazioni che ho curato,
l'esperienza oggi si è conclusa ma è stata fondamentale per affinare la mia
sensibilità nell'ascolto delle altre e delle loro parole. Questo per chiarire
da una parte che seguirò questa mia vocazione tralasciando citazioni e
confronti letterari e dall'altra che tutto quello che dirò è il frutto di
questo mio percorso e di tutto quello che ho imparato dalle donne e che è la
mia ricchezza, non solo personale ma politica.
Perché ritengo
anche importante sottolineare che parlerò in qualità di lettrice? Perché
credo, insieme a tante altre voci più autorevoli di me, che il libro consegnato
al mondo da una scrittrice non sia veramente del tutto finito e si completi nel
confronto con chi lo legge e così venga di nuovo messo al mondo. Mi piacerebbe
che oggi qui io, noi (intendo chi l'ha già letto) lo facessimo rinascere
insieme alla sua autrice, attraverso la nostra esperienza di lettrici e gli
stimoli nuovi che possiamo dare a lei e a noi.
Comincio subito
a entrare nel vivo del mio contributo, in cui voglio presentarvi tre mie
riflessioni di lettrice.
1. E'
un'autobiografia o un romanzo? Cristina stessa ha scritto: 'questo è un romanzo
liberamente ispirato a una storia vera'. Io ho fatto fatica mentre leggevo a
considerare questa sua affermazione come effettivamente realizzata nel libro,
perché vi ritrovavo persone, fatti, luoghi, pezzi di vita nota e vicina alla
mia, così ben delineati, così vivi da non riuscire a convincermi che quello
che stavo leggendo non fosse la sua autobiografia e solo quella. Faccio due
esempi: il personaggio di Marina è Marina stessa, è lei, presente, viva, negli
atteggiamenti, nei modi di fare e di dire, per me è stato molto commovente,
tenero, dolce ritrovarla resuscitata in tante pagine del libro, a un anno dalla
sua scomparsa, e l'io narrante era così lei, così Cristina, per come la
conoscevo, per quello che di lei percepivo e sapevo. Mi ricordo che mi dicevo:
vorrei sapere l'esperienza di chi non conosce niente e nessuno di quanto è
raccontato. Dopo la lettura, con il distacco del 'dopo', con il tempo della
sedimentazione, ho sentito parlare Cristina che rivendicava per il suo libro lo
statuto di romanzo e non solo di autobiografia e ho capito che aveva ragione nel
voler far prevalere le sue intenzioni. Due sono i motivi. Il primo: parla di sé
ma non solo per sé, dà voce e insieme liberazione a tutte le esperienze simili
alla sua, di tutte le donne segnate dalle proprie origini, dal rapporto con la
madre e la famiglia, dalla scoperta della propria diversità, di lesbica prima
di tutto, ma non solo, di chi aspira a una vita costruita sulla propria
originalità artistica. Metto insieme questi due lati della personalità di
Cristina, l'identità di lesbica e quella di artista, senza gerarchie, non
sarebbe lei senza una di queste due. Il secondo: vuole lasciare un'eredità,
testimoniando quella incredibile esperienza che è stata Immaginaria a chi non
l'ha conosciuta, alle giovani soprattutto, perché non vada dimenticata,
dispersa, perché lasci traccia, sia che venga riproposta, dalla stessa Cristina
e altre, sia che possa rinascere, tessendo un filo tra passato e presente, in
altre esperienze e con altre protagoniste. Ecco allora che la riflessione di
lettrice a confronto con l'autrice mi porta a dire: non è solo
un'autobiografia, ma è un romanzo e se proprio lo vogliamo definire, un romanzo
di formazione, che parla direttamente a chi ha vissuto percorsi di formazione, e
tutti gli adulti li hanno vissuti, e a chi li sta vivendo per la prima volta
nella propria vita, individuale e collettiva.
2. Identificazione
nella protagonista o no? Ho sentito alcuni commenti durante altre presentazioni
del romanzo che insistevano sul fatto che chi l'aveva letto si era identificata
nell'io narrante. Invece a me, mentre leggevo, non succedeva. Eppure, più o
meno la stessa età, studi e livello culturale simili, stessi ambienti,
relazioni in comune, avrei dovuto. Invece no, e non solo, credo, perché il mio
percorso politico è stato diverso dal suo: nata nel e dal femminismo, lì sono
rimasta anche nei decenni successivi, quando la mia pratica politica si è
orientata verso il pensiero della differenza. Non è successo perchè ho sempre
avvertito fortemente durante la lettura l'unicità della protagonista e della
sua vita, con l'attenzione di chi non dimentica che lì a raccontarsi in
profondità c'è una donna, unica, diversa, diversa da me e da tutte. Ho sentito
questo come un dono, un atto di grande generosità che Cristina faceva (mi
faceva), lei così schiva, così reticente ed esitante nel consegnarsi a
contesti collettivi, con il freno sempre un po' tirato, e invece così aperta
nel rivelarsi e rivelare tutta se stessa nella scrittura. Ho pensato che la
scrittura è un vero e proprio miracolo, che può scuotere tutti i pregiudizi,
sovvertire le aspettative, far vedere la realtà da altri punti di vista
rispetto al proprio e in questo provocare spostamenti inaspettati è veramente
rivoluzionaria. Pertanto, più vicina all'empatia e alla condivisione emotiva
che all'identificazione, provo gratitudine nei suoi confronti per questa
esposizione e offerta di sé.
3. Che
significato ha per me l'ironia della scrittrice? La caratteristica più evidente
dello stile narrativo di Cristina è l'ironia, è un vero e proprio codice che
si mescola a quello linguistico, alla lingua stessa, e che ritroviamo in ogni
pagina, in ogni situazione, anche la più drammatica, la più intensa. L'ironia
non è solo nella scrittura, ma è il tratto distintivo della personalità della
protagonista, il suo modo di vivere e vedere la realtà, il filtro attraverso
cui non solo raccontare, ma forse proprio vivere. L'ironia fa sprigionare il
sorriso in me che leggo ma anche un continuo senso di spaesamento, come se la
scrittrice mi buttasse a capofitto nei fatti, drammatici, difficili, complessi,
e subito dopo mi tirasse fuori, mi mettesse da un'altra parte, a condividere con
lei i commenti sarcastici su quegli stessi fatti. L'io narrante è così,
disperata sofferente senza speranze, e insieme sdoppiata in un altro io che
guarda da fuori e sbriciola il dramma in tanti pezzetti, fino a polverizzarlo,
dissolverlo. Mi sembra che l'ironia serva, oltre che da filtro, anche da schermo
per reggere la vita altrimenti insopportabile e soprattutto svela che lei, la
narratrice, non è mai del tutto là dove si trova, dove dovrebbe essere, è
già, è anche da un'altra parte, a guardare sé e le altre. Voglio sottolineare
questo: oggetto del suo sguardo impietoso non sono solo gli altri, ma prima di
tutti se stessa. Considero anche questo un atto di generosità verso le altre,
un suo donarsi senza mai sottrarsi. Anche per questo la ringrazio.

Dalla
palude all’onda verso il mare aperto
Recensione
di "Stop Movie"
di Anita Sonego
Ancora un libro
che racconta la vita di una donna, di una lesbica? Sì, perché trovare le
parole per dirlo è rinascere in un mondo che acquista misura, dimensione e
senso.
La vita che ci cade
addosso, che nelle sue misteriose fatalità ci fa nascere in uno spazio e tempo
prestabiliti,con genitori, parenti, ambiente socioculturale non scelti, viene
presa in mano dalla scrittrice che la ripartisce in un trittico: Palude - Foce -
Onda. E le parole, come pennellate a volte scorrevoli e leggere altre dense,
frante e baluginanti di sprazzi nell’oscurità della tela del tempo, hanno il
magico potere di ricreare, davanti a noi, poco a poco, l’enigma di una vita.
Cristina Zanetti
ci dona l’affresco, lei che è anche una pittrice, della formazione di una
ragazza cresciuta nei mitici anni 60 e 70, ne vive le passioni, i sogni e le
difficoltà, le trasgressioni, la musica, le inquietudini e l’insopportabilità
per quelle vecchie regole che sembravano aver retto, fino ad allora, il mondo e
la famiglia suo massimo paradigma e concentrato. Con un coraggioso lavoro di
verità raramente riscontrabile, l’autrice dis/seziona non solo la propria
storia ma anche quella di tutti gli attori che man mano appaiono sullo
schermo.
Fermo immagine: La morte
della madre. Da qui prende l’avvio un andirivieni tra presente e
passato, tra ricordi ed esperienza secondo quel “flusso di memoria” che
evidenzia l’amore per la scrittura di Virginia Woolf. Il corpo a corpo con la
madre è straziante ed a volte crudele. Come per gran parte delle donne,
ripercorrere l’esperienza del disamore materno o, più precisamente , del
vissuto di disamore, è un’impresa necessaria anche se costa strappi di pelle
e, oserei dire, di interiora: cuore, fegato, bile, cervello.
La famiglia, l’ha rivelato il femminismo, è il prisma ed il concentrato di
tutti i rapporti di potere e sopraffazione della società. Gli attori, loro
malgrado, giocando i ruoli loro assegnati, mescolano agli affetti e alle cure
dominio, ricatti, violenza. Se la psicanalisi, di cui l’autrice ha esperienza,
ci rivela come dietro ad ogni forma di amore alberghi altrettanto odio, se una
donna, per le sue enigmatiche vicende, trova un suo modo di vivere dominando le
persone che pensa di amare, allora Clotilde non è un marziano ma una madre da
cui difendersi, da cui prendere le distanze attraverso la parola che precisa ed
impietosa, consegnando la realtà alla pagina, se ne distacca senza rimpianti.
Intorno alla madre si muove
tutto il mondo familiare: un padre defilato ma complice, zii maniaci o
puttanieri, zie vittime o sfortunate estroverse, cugini schizofrenici. Resta
ancora, solida e preziosa, per i tempi dell’abbandono, l’amica
“sorella”: legame affettivo con quella “bambina perfetta, ubbidiente e
giudiziosa” che “di conflitto in conflitto” avrebbe raggiunto una sua
dolorante maturità.
Stop Movie è il resoconto dell’educazione sentimentale di una
donna nella seconda metà del secolo scorso , di una ragazza che sfreccia per la
sua città su una Yamaha 400 Custom, suona nei locali con la sua Di Giorgio in
“un misto fra Janis Joplin e Joan Baez” e scopre l’impegno politico
attraverso un grande amore.
E il libro è anche la
testimonianza di una delle imprese culturali e politiche più importanti per il
mondo lesbico italiano:il Festival Internazionale del Cinema Lesbico e
Femminista. Ci racconta l’impegno, la passione, la fatica, le ore
strappate dal sonno e non solo, che stanno dietro ad un evento che è stato
fondamentale per la formazione, il senso di sé, la vita insomma di moltissime
lesbiche del nostro paese.
La militanza mescolata alla passione amorosa, alle vacanze selvagge a Stromboli,
agli incontri internazionali, vive sulle pagine come un lenimento per le nostre
ferite attuali che ci fa pensare: “Ma c’è stato un tempo in cui tutto ciò
è avvenuto ed è stato realizzabile!”
L’amore per le donne, che nasce tra esperienze di rapporti con gli uomini, si
stabilizza nell’incontro “fatale” che cambierà la vita della protagonista
che, incerta tra pittura, musica e scrittura, concentrerà le sue doti
creative nell’impresa politica di “Immaginaria”.
Anche qui, come in molti romanzi di lesbiche, il primo innamoramento, per una
compagna di scuola, è descritto con i toni della favolosità nei suoi tremori
appassionati tra esaltazioni e disperazione come se la storia non vissuta
restasse intatta nel ricordo in tutta la sua aura di miticità.
L’amore invece, quello che fa crescere e faticare, che aiuta a vivere, quando
finisce fa crollare con sé tutto il mondo.
Dalle macerie, però, forse per una forza misconosciuta ma che traspare da tutte
le pagine del libro, la protagonista riemerge nel mare della vita trovando
una sua nuova dimensione, riprendendo una delle antiche passioni:la scrittura e
Stop Movie ne è la testimonianza più concreta e vitale.
“L’ingrato compito di vivere al passato” è stato depositato sulle pagine
di questo libro ed ora la protagonista può affrontare il mare aperto più
leggera e temprata. Attendiamo che ci racconti con l’ironia e la lucidità
che le sono proprie che cosa ha scoperto tra le onde sulle quali la vediamo
avanzare con bracciate misurate e sicure.

Recensione
di "Stop Movie"
di Alessia Muroni
Cristina
Zanetti ha uno spiccato talento per molte cose: dicono la musica, forse
la filosofia, sicuramente l'organizzazione di un festival, quello di
Immaginaria, che per 12 anni ha presentato alle italiane il meglio
della produzione cinematografica e documentaria lesbica internazionale.
Adesso scopriamo la sua irresistibile, comicissima verve narrativa, con
un romanzo, Stop Movie. L'ingrato compito di vivere al passato che un
po' autobiografia, un po' romanzo di formazione, un po' romanzo
d'amore, un po' racconto di una stagione della comunità lesbica
italiana.
L'azione ci porta avanti e
indietro nel tempo, intrecciando infanzia, giovinezza e presente
dell'innominata protagonista, in un'altalena di ricordi che la stessa
dipana cercando di trovare un senso ad una quotidianitˆ che
diventa sempre pi pesante nel momento stesso in cui tracciamo i
confini di un dolore che quello di quasi tutte/i:
il non sentirsi mai abbastanza amati – soprattutto in caso di genitori diciamo pure autocentrati,
il doversi confrontare con il
divario tra il desiderio e la realtà – specie quando
nessuno neanche noi riconosce il genio in erba,
la difficoltà di
muoversi in un mondo che non sembra proprio tagliato a nostra misura
– e che in effetti, semplicemente, non lo è.
La nostra protagonista
però ha una fortuna: uno spiccato senso dell'humor. Che
è quello irresistibile della scrittura di Cristina Zanetti, che
ti costringe a leggere di sofferenze e ingiustizie terrificanti con un
perenne sorriso sulle labbra, e che ti impone, pagina dopo pagina, di
seguire la traversata esistenziale della nostra disgraziata
protagonista chiedendone ancora, non importa se si tratti della fine di
un amore o della lotta per sopravvivere all'adolescenza – e
decidiamo qui una volta per tutte di non mitizzare un periodo
decisamente pessimo per i più.
Il romanzo della Zanetti
sembra, in effetti, una risposta a tutte quelle flagellanti – o
autoflagellanti – narrazioni di lesbiche coinvolte in tragiche
trame di abbandono autolesionismo sofferenza umiliazione e masochismo
da cui si evince sostanzialmente la sfortuna di nascere – o
diventare – lesbiche. Ecco, Cristina riporta una sana dose di
equilibrio, in tutto ciò. E che questo sia un atteggiamento
fondante per la nostra protagonista, ed autentico anche per lo stile
della nostra autrice, provato dal fatto che i brani migliori sono
proprio quelli dedicati ai tremendi genitori, alla madre distruttiva e
repressa, al padre scostante e indifferente. Quelli dove si vede che la
differenza tra vincere e perdere non evitare il conflitto, ma
gettarsi nella mischia e poi trovare un modo dignitoso di uscirne. Il
libro dichiaratamente in parte autobiografico, e certe sofferenze
narrate sono probabilmente reali, eppure la protagonista ci coinvolge e
ci colpisce e ce la ricorderemo per il suo coraggio, per il suo
umorismo, per la sua voglia di vivere.
Perchè ci fa fare una sana risata.
Perchè di fronte alla
vita l'unica risposta possibile mirare a volare alto, contro tutto e
tutti, anche contro noi stessi, a volte.

Chiara
Carissima,
solo 2 righe per dirti che sto divorando il tuo libro, del quale mi
piace tutto, tutto. L'ho quasi finito e stanotte sono arrivata al
capitolo sul Pride
del luglio 2000.
Sono tanti i "livelli" sui quali è tessuto:
- il piano dell'esperienza privata, (cui mi sono accostata con una
curiosità rispettosamente trepidante), guardando gli eventi con
il tuo sguardo in grado
di fermarsi proprio sull'orlo dell'abisso e, anziché esserne
sopraffatta, scorgerne tutti i dettagli a iniziare da quelli più
grotteschi... e riuscire a riderne, a volte a sorriderne, o tutt'al
più con il viso fermo, un lieve
inarcarsi del sopracciglio... Mi hai fatto conoscere tante cose di
Marina, il cui insegnamento giungerà e resterà a tutte
anche grazie alle tue pagine...
- il piano delle considerazioni sull'esistenza, come la
necessità di trovare un modo per fuggire dalla famiglia di
origine per potersi salvare, o la
constatazione su come i luoghi che un tempo erano carichi di
significato in quanto attivati dal nostro "esserci" siano degradati a
meri sfondi quando la
vita ci sposta più in là, ancorché portatori di un
quid che li differenzierà
sempre dai luoghi dove non siamo mai state; te lo dice una che ha
sempre profondamente
creduto nel Genius Loci... o il dover trovare un proprio Modo e una
propria Motivazione al di là della persona con cui si sta
insieme, senza
appiattirsi sulle sue esigenze o sulle sue idee, soprattutto quando per
fare questo si deve agire di forza sulla propria natura - si diceva
prima degli
insegnamenti di Marina!...
- la formidabile esperienza (e la fortuna anagrafica!) di vivere
pienamente un ventennio indimenticabile: la
scoperta di sé che si trasmette dall'universo privato a quello
della militanza, le iniziative, le innumerevoli
riunioni sulla teoria e sulla pratica femminista!... le ragazze che
oggi si affacciano a
questo mondo (me compresa, che ragazza non sono più ma che ho
iniziato la mia frequentazione solo una decina di anni fa) debbono
molto a chi, come te e
Marina, ha preparato la strada e l'ha resa molto più agevole da
percorrere.
Forse, leggendo questa mail, mi dirai che non ho capito un fico secco
del tuo libro, ma io rischio lo stesso e ti dico che ci ho visto queste
e molte altre
cose ancora! So solo che sono a una manciata di pagine dall'epilogo e
quindi da
questa notte non avrò di Te da leggere, e già mi manca... ma forse (spero) ci saranno altre creature?!
Ti abbraccio forte e ti ringrazio
Chiara
Michela
Ciao Cristina,
volevo ringraziarti, soprattutto. Sono venuta alla presentazione di
Stop Movie avendo letto solo metà recensione e senza
un'opinione, arrivata perchè incuriosita dal tuo background,
sono rimasta volentieri perchè mi sei sembrata abbastanza ruvida
e poco incline a compiacere il tuo pubblico, due tratti che mi hanno
parecchio bendisposta. Il libro l'ho comprato all'uscita.
Da lunedì ho letto in ogni momento libero: non riuscivo a
staccarmi, e quando ero costretta non potevo smettere di pensarci. L'ho
letto in metropolitana, in sala d'attesa mentre aspettavo un colloquio
di lavoro, a letto, al telefono con mia mamma mentre lei mi raccontava
nonsoche, al bar mentre facevo colazione. Stamattina sono uscita che mi
mancavano poche pagine e le ho lette negli ultimi minuti prima
dell'ingresso al lavoro, corsa contro il tempo e quasi faccia contro un
tram; mentre tu attaccavi Virginia al muro, io ore nove in centro a
Milano stavo fuori dalla porta dell'ufficio cercando di leggere
più veloce del tempo. Non ce l'ho fatta e l'ultima pagina mi
è rimasta per oggi, condivisa con una ciotola di insalata che
nella foga della fretta ho infilzato troppo forte, schizzando di aceto
balsamico l'ultima pagina, che ora porta indelebili le tracce dalla
corsa appassionata che per tre giorni mi ha regalato questo libro.
Stringo. In questo tempo condiviso mi hai dato tanto, e volevo solo dirtelo bene. Grazie.
Nel tuo libro ho trovato me stessa e le mie amiche, le ex, le amanti e
le compagne, la fatica della fatica e il suo piacere, le regole del
branco e certi deliri solitari. Perfino mia sorella, una follia che una
volta ho visto da vicino, la lucidità allo specchio e tante
altre cose. Mano a mano che leggevo pensavo che ti avrei ringraziata
per alcuni contenuti e poi per altri, poi per la schiettezza e poi per
la poesia, poi per il coraggio e poi per l'amore.
Oggi ho finito questo libro e mi sento tanto più ricca. Sia
perchè un buon libro è un buon libro (e questo lo
è, così finalmente non ho dovuto scegliere fra forma e
contenuto!), sia perchè hai descritto dall'interno un pezzo di
quel progetto così incredibile che è stato ed è
Immaginaria (che per quelle come me che non sono riuscite ad esserci
è ormai un nome mitico, che suggestiona, incuriosisce e
commuove), sia perchè mi hai raccontato una stupenda storia
d'amore tra una lesbica e un'altra prima, e più in generale fra
una lesbica e le lesbiche.
Spero che scrivere o portare in giro questo tuo progetto ti abbia fatto
e continui a farti bene. Grazie per aver costruito un pezzo della
nostra storia, e per non averla affidata soltanto alla tradizione
orale, così cara alle donne ma tanto fragile nel mondo degli
uomini. E grazie per averla riletta senza scuse e raccontata senza
finte, mettendoci anche e prima di tutto la tua faccia e il tuo nome.
In attesa del prossimo, ancora e ancora grazie.
Michela
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